Un padre insopportabile, ma più insopportabile è la sua lontananza

Aprile, il 40 aprile, che non c’è. La data irreale della tua fine. Il mento levato, due fosse le guance, il naso che sembra enorme, le mani incrociate sul ventre, non sul petto – eri tutt’altro che pio. Come ti riconosco in questa posa, con quelle grosse nocche bianche e quelle unghie bombate: è come quando a casa ti buttavi sul letto, alle dieci del mattino, per la spossatezza. Mi mettevi sgomento, e non te lo perdono.
14 AGO 20
Immagine di Un padre insopportabile, ma più insopportabile è la sua lontananza
Il male è arrivato quest’inverno, una domenica pomeriggio, un dolorino a destra, dove c’è il fegato. Io ho pensato: passerà, e così è stato. Ma è riapparso, nei giorni seguenti. Allora siamo andati dal medico, che ti dato delle cure, ma mentre andavamo via ha detto a me, a parte: gli stia vicino. Non avevi che me. Amici? Qualche stravagante fallito che più che altro t’infastidiva e che a un certo punto smetteva di venire. Parenti? Li avevi bollati come “gente inutile”.
Una sera che rincaso, alle sette, ti trovo addossato al muro, a un passo dal portone: un piccolo malore, ma tu non sei mai stato uno di quelli che si piangono addosso. Verso te stesso sei uno stoico. Saliamo in casa, ceniamo, poi come sempre tu ti metti in poltrona a leggere: ogni tanto abbandoni il libro aperto sulle ginocchia e chiudi gli occhi. Forse vai al passato. Il male è come se non ci fosse, non se ne parla. E non si parla neanche di quella cosa che ti ha fatto tanto dispiacere, che io, non certo perché qui da noi mi manchi lo spazio, ho preso in affitto un monolocale in centro, in una casa di ringhiera, dove abitano già dei miei amici che hanno lasciato la famiglia. Di fatto, per riguardo a te, ci sono andata assai di rado e non ci sono mai rimasta a dormire. E’ stato solo un atto di ribellione. Tu hai protestato, debolmente: “Ti manca la libertà? Dico mai niente io di quello che fai?”. No, mai, ma come se non sentissi che tu vivevi come curvo sul mio destino, che delle telefonate che facevo o ricevevo non ne perdevi una? Il telefono è nel corridoio e una delle tante volte che è squillato mentre stavamo pranzando, hai esclamato umilmente: “Io non ascolto, si sente!”
Bastava che mi facessi mettere una presa in camera mia, ma già questo ti avrebbe ferito, e poi non avrei risolto niente: mi pesava la tua presenza, era con te che non volevo più stare. Tu, lucido com’eri, non puoi non averlo capito. Io ho preso quella casa, e tu ti sei ammalato.
Viene gennaio, poi febbraio, si allungano le sere, la mattina c’è già il vento di marzo, cigolano le finestre, e sul balcone crepita il bambù. Le finestre non tengono, e il deserto del vento va di stanza in stanza, la primavera le vuota come per un trasloco. Il futuro è cominciato, senza di te, io spero.
Tu non stai male, hai solo un diffuso senso di peso, e lamenti che nonostante tutte quelle medicine non si veda un miglioramento. Io non penso a niente, tranne un mezzogiorno che arrivando sotto l’altra mia casa trovo quel tratto di via Torino bloccato da un incidente: un uomo è morto sotto un tram. E’ un presagio? Qualche momento d’angoscia, ma mi passa mentre faccio di corsa i quattro piani fin su al mio ballatoio.
Un tardo pomeriggio viene a vederti uno specialista, un grosso nome, un georgiano, un bellissimo uomo: io ne rimango incantata. Tu te ne accorgi, ma quando mai fra noi si è parlato d’amore o di sesso? Un tempo quando recitavi in teatro o lavoravi alla Radio ne hai avute di donne, e so, perché ti ho visto, che la mattina quando andavi a prendere il giornale alla stazione Nord ti fermavi a guardare lo sciamare delle ragazze che andavano al lavoro, e sulle scale di casa nostra, che è ormai tutta uffici, tu ottantenne a volte salutavi delle giovani che io non so nemmeno chi siano.
Era una questione estetica. Al di là di questa per te c’era dell’innominabile. Arrivavi al punto che quando eri chiuso nel bagno, dove si sbrigano anche operazioni poco estetiche, era vietato parlarti, inutile mandarti attraverso la porta anche un semplice “guarda che sto uscendo”. Non rispondevi. Questa pruderie, in te spinta all’eccesso, era un segno della tua epoca. L’ho odiata: a me faceva ribrezzo come una sconcezza.
Anche il diluvio delle prescrizioni del georgiano non è servito a nulla. In marzo il medico di base ti ha prescritto il ricovero. In camera al Fatebenefratelli c’era con te un signore anziano, che riceveva le visite della moglie e di due figli: gente perbene, cordiale, del nostro ceto, con la quale abbiamo fatto amicizia, e io giubilavo a vederti finalmente in compagnia – il tuo isolamento, la tua debolezza sociale è all’origine di tutte le mie paure. Adesso all’improvviso eri un padre come tutti, io venivo tutte le sere e quell’ora di chiacchiere che trascorrevamo con quella gente finché fuori nei corridoi non risuonava “parenti via, parenti via!” era per me un gran piacere.
Sapevo che certe mattine ti mandavano nei sotterranei a fare… che cosa? Radiografie, irradiazioni? Mi comprimono il ventre, dicevi, e mi fanno male, ma il lamento finiva qui e io non mi sono mai informata. Sgomento mi dava il pensiero di come passassi la giornata fino all’ora del ricevimento: avevi i libri, avevi Proust, rileggevi “À l’ombre des jeunes filles en fleur”. Già l’eleganza con cui pronunciavi il titolo mi dava sui nervi.
Una sera, in corridoio, ho fermato il medico di turno: per quanto pensa che ne avrà? Io non sono un querulo famigliare come tanti, e lui ha buttato là: mah, due, tre mesi.
Due sere dopo sono eccezionalmente in ritardo – prima di venire da te mi sono fermata davanti alle vetrine di vestiti su corso di Porta Nuova. Entro e non ti vedo: sei circondato da un’ala di medici, hai avuto un collasso. Dal letto mormori un “dammi la coperta, ho freddo, ho freddo”. Poco dopo ti trasferiscono in rianimazione. E’ la tua ultima notte.
Passano le ore, io seduta nell’andito fuori della rianimazione, su una panca. Ho con me il giornale. Sulle due esce un addetto in verde e mi consegna la tua vestaglia di ciniglia con un rispettoso “purtroppo… è andato”. Io afferro il malloppo con passione: era te, era più di te, e come la conosco.
Andato via senza, andato dove? mi chiedo scendendo le scale e all’uscita sul piazzale. Fuori, la notte è fresca e silenziosa.
Ieri l’altra mattina, quando te ne eri già andato, qualcuno mi ha fermato per strada per chiedermi come stavi e io ho risposto: sempre così. Se non dico la verità, la verità resta non vera. Dalla finestrella di questa saletta dove ora giaci entra il sole e ti batte sulle mani, sulle nocche bianche. Desolazione di un pomeriggio col sole, fermo, remoto come un’estate di altri anni. I miei amici, che ho pregato di non sentirsi obbligati a venire, saranno qui fra poco, perché sanno com’ero legata a te. Ma quanto a te io non sento alcun bisogno di conforto. Forse non sono umana.
Andato dove? In Irlanda dov’era nato tuo padre, il bastardo di una signorina per bene – una macchia che per la vergogna detestavi ti fosse ricordata? Un padre disastroso, un libertino come si diceva allora – cura per i figli? Neanche l’ombra – e la moglie, che, devastata dai tradimenti, aveva le allucinazioni, voi figli nemmeno vi vedeva. Così si forma un’infanzia e poi un destino. Di qui vengo anch’io.
Io non amo Proust, sto con Joyce, con la gente di Dublino, col maltempo e col nord. “Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l’ovest. Sì, i giornali avevano ragione: la neve era su tutta l’Irlanda. Cadeva in ogni luogo: sulla pianura centrale, sulle colline nude, dolcemente sulla palude di Allen, e più lontano, vero ovest, cadeva sulle onde fosche e turbolente dello Shannon”.
Sullo Shannon ci sono poi andata. Io non credo alla morte. Forse sul traghetto c’eri anche tu.
di Anna Maria Carpi